• Ven. Set 25th, 2026

Ci sono persone che impiegano una vita intera per capire quale sia il proprio limite. Kristin Harila ha scelto invece di andare a cercarlo nel luogo in cui ogni errore può diventare definitivo: sopra gli ottomila metri, dove l’ossigeno è così scarso che il corpo umano comincia lentamente a spegnersi.

La sua storia, però, non comincia sull’Everest e nemmeno tra i ghiacci del K2.

Comincia molto più a nord, nel Finnmark norvegese.

Harila cresce vicino a Vadsø, in una fattoria, in un ambiente nel quale il lavoro entra presto nella quotidianità. Secondo il profilo pubblicato dall’Oslo Pix Film Festival, a undici anni guidava già il trattore e a tredici conciliava scuola, competizioni sportive e tre piccoli lavori. A sedici anni si trasferì per frequentare una scuola superiore orientata allo sci e acquistò il suo primo appartamento. (⁠oslopix.no)

Prima delle montagne ci furono infatti gli sci.

Lo sci di fondo e la corsa costruirono negli anni quello che sarebbe diventato uno degli strumenti fondamentali della sua carriera futura: una straordinaria capacità di resistere alla fatica.

Ma per molto tempo l’alpinismo non fu affatto la sua professione.

Harila intraprese una carriera completamente diversa, arrivando ad avere responsabilità manageriali su circa cinquanta negozi e centinaia di dipendenti di una grande catena norvegese di arredamento. Una vita che, vista dall’esterno, sembrava già costruita.

Poi, nel 2015, arrivò il Kilimangiaro.

Un viaggio aziendale la portò sulla montagna africana. Fu il primo vero incontro con l’alta quota e qualcosa cambiò. Le ferie cominciarono progressivamente a trasformarsi in occasioni per andare in montagna. Le salite aumentarono, così come la sensazione che la vita professionale che aveva costruito non fosse più quella che desiderava.

Nel 2019 prese la decisione più difficile: lasciò il lavoro.

Aveva più di trent’anni e nessuna lunga carriera alpinistica alle spalle. Eppure decise di provare a trasformare quella passione nella propria vita. (⁠oslopix.no)

Quattro anni dopo sarebbe diventata la persona più veloce ad aver completato una delle sfide più estreme dell’alpinismo mondiale.

Quattordici montagne sopra gli ottomila metri

Everest, K2, Kangchenjunga, Lhotse, Makalu, Cho Oyu, Dhaulagiri, Manaslu, Nanga Parbat, Annapurna, Gasherbrum I, Broad Peak, Gasherbrum II e Shishapangma.

Sono i quattordici Ottomila della Terra.

Nel 2019 Nirmal “Nims” Purja aveva completato il circuito in 189 giorni. Harila decise che si poteva andare ancora più veloce.

Ci provò già nel 2022, senza riuscire a completare il progetto. Ma invece di abbandonarlo tornò l’anno successivo.

Il cronometro partì il 26 aprile 2023 dallo Shishapangma.

Con lei c’era soprattutto un uomo destinato a diventare fondamentale nella storia: Tenjen “Lama” Sherpa.

Da quel momento iniziò una corsa verticale attraverso Himalaya e Karakorum.

Il 3 maggio arrivò il Cho Oyu.

Il 13 maggio il Makalu.

Il 18 maggio il Kangchenjunga.

Il 23 maggio accadde qualcosa di ancora più impressionante: Everest e Lhotse furono raggiunti nello stesso giorno.

Poi Dhaulagiri il 29 maggio, Annapurna il 5 giugno e Manaslu il 10.

Alla fine di giugno toccò al Nanga Parbat.

A luglio la spedizione entrò nella fase finale: Gasherbrum II il 15, Gasherbrum I il 18 e Broad Peak il 23.

Ne rimaneva una.

Il K2. (⁠kristinharila.com)

La montagna alta 8.611 metri non è semplicemente il secondo punto più alto della Terra. È uno dei simboli assoluti dell’alpinismo, una montagna ripida, tecnica e imprevedibile sulla quale la possibilità di ritirarsi può diventare improvvisamente più importante della possibilità di raggiungere la cima.

Il 27 luglio 2023 Harila e Tenjen raggiunsero la vetta.

Erano trascorsi 92 giorni.

Il precedente riferimento di 189 giorni era stato praticamente dimezzato. (⁠The Guardian)

Avrebbe dovuto essere il giorno perfetto.

Diventò invece il giorno che avrebbe cambiato per sempre il significato di quel record.

La tragedia nel Bottleneck

Durante quella stessa salita sul K2, Muhammad Hassan, portatore pakistano di 27 anni e padre di tre figli, cadde nella zona del Bottleneck, uno dei punti più pericolosi della montagna.

La vicenda sarebbe esplosa pubblicamente nei giorni successivi.

Immagini riprese sulla montagna mostrarono alpinisti transitare nella zona mentre Hassan si trovava in gravissime condizioni. Nacquero accuse durissime: secondo alcuni osservatori, la ricerca della vetta e del record avrebbe prevalso sul tentativo di salvare una vita. (⁠AP News)

Harila respinse questa ricostruzione.

Secondo la sua testimonianza, quando il suo gruppo raggiunse Hassan nel buio lo trovò appeso sotto il percorso, con l’imbragatura scivolata verso le ginocchia. Il gruppo intervenne e impiegò circa 45 minuti soltanto per girarlo e riportarlo in una posizione migliore. Il suo cameraman Gabriel Tarso rimase poi sul posto tentando di aiutarlo. (⁠kristinharila.com)

Hassan morì sulla montagna.

Le immagini alimentarono una discussione che andò molto oltre Kristin Harila: chi lavora sulle grandi montagne per consentire agli alpinisti stranieri di raggiungere la vetta? Quali attrezzature e preparazione vengono garantite ai portatori? E quanto vale un record quando, a pochi metri di distanza, qualcuno sta morendo?

Harila divenne il volto di quella discussione.

Ricevette una quantità enorme di messaggi d’odio e persino minacce di morte. (⁠euronews)

La gloria dei 92 giorni era ormai inseparabile dalla tragedia del K2.

Dopo il record, un’altra tragedia

Ma il 2023 non aveva ancora finito di colpire.

Tenjen Lama Sherpa non era stato semplicemente un accompagnatore. Aveva condiviso con Harila l’intero progetto dei quattordici Ottomila e il record dei 92 giorni.

Pochi mesi dopo il K2, Tenjen morì travolto da una valanga durante un’altra spedizione.

Lasciò due figli.

Harila avrebbe successivamente sostenuto un progetto dedicato alla loro istruzione, ricordando che uno dei desideri di Tenjen era proprio quello di offrire ai ragazzi opportunità diverse da quelle che aveva avuto lui. (⁠kristinharila.com)

La montagna che aveva dato a Harila fama mondiale le aveva presentato anche il conto.

Secondo un recente profilo del Sunday Times, al ritorno dall’impresa Harila dovette affrontare anche pesanti conseguenze nella propria vita privata e finanziaria: la fine della relazione, problemi economici legati al progetto, sponsor che si allontanarono e migliaia di messaggi ostili. (⁠The Times)

Era partita per conquistare quattordici montagne.

Alla fine dell’impresa si ritrovò a dover ricostruire molto di ciò che esisteva a valle.

Eppure tornò

Ed è qui che la storia assume un’altra dimensione.

Nel 2026 Kristin Harila è tornata sull’Himalaya con un progetto completamente diverso.

Non quattordici montagne in una corsa contro il cronometro, ma tre giganti concentrati intorno all’Everest: Nuptse, Lhotse ed Everest.

La cosiddetta Triple Crown.

Il progetto cominciò all’inizio di aprile.

La montagna, però, impose subito i propri tempi. Un grande seracco instabile nella Khumbu Icefall ritardò l’apertura della via. Harila utilizzò l’attesa per continuare l’acclimatazione e, insieme a Bianca Adler, salì due volte sul Lobuche East, a 6.119 metri, trascorrendo anche due notti vicino alla cima.

Quando la cascata di ghiaccio diventò percorribile iniziarono le rotazioni sull’Everest: Campo 2, Campo 3, ritorno al Base Camp, recupero e nuova salita.

Non era più semplicemente una questione di forza.

Era una questione di amministrare il proprio corpo.

Dieci giorni per tre montagne

Il 17 maggio 2026, insieme a Ming Temba Sherpa, Harila raggiunse la vera vetta del Nuptse, 7.861 metri, senza utilizzare ossigeno supplementare.

È una montagna più bassa degli Ottomila che la circondano, ma tecnicamente severa, caratterizzata da terreno ripido, esposizione e una cresta sommitale stretta.

Harila la desiderava da anni.

Quattro giorni dopo era già nuovamente in quota.

Il 21 maggio raggiunse gli 8.516 metri del Lhotse, la quarta montagna più alta del pianeta. Nella parte superiore le condizioni erano difficili e il vento molto forte; Harila decise di utilizzare ossigeno supplementare per sicurezza.

Quella vetta rappresentò la sua trentesima salita su una montagna di oltre ottomila metri.

Ma mancava ancora l’ultima.

Everest.

8.849 metri senza ossigeno

Dopo il Lhotse tornò al campo base.

Riposo.

Poi nuovamente verso l’alto.

Campo 3.

Campo 4.

Il vento rendeva difficile persino recuperare energie.

Poco prima delle nove di sera iniziò l’attacco finale alla vetta.

E accadde qualcosa che racconta meglio di molti numeri cosa significhi trovarsi lassù.

Harila era esausta.

Durante la salita verso il Balcony prese seriamente in considerazione l’idea di utilizzare ossigeno supplementare. Non perché stesse manifestando necessariamente un grave malessere da quota, ma perché sentiva un bisogno quasi irresistibile di dormire.

A quasi ottomila metri addormentarsi non è una banalità.

Può essere il preludio a una situazione estremamente pericolosa.

Harila raccontò successivamente di essersi fermata, aver bevuto un sorso di Coca-Cola, assunto un gel energetico e deciso di continuare. (⁠LinkedIn)

Passo dopo passo.

Nel buio.

Sempre più in alto.

Fino alla mattina del 27 maggio 2026.

A 8.849 metri, Kristin Harila raggiunse la cima dell’Everest senza ossigeno supplementare.

Nuptse il 17 maggio.

Lhotse il 21.

Everest il 27.

Tre montagne in dieci giorni.

Con quell’impresa Harila è diventata, secondo il suo team, la prima donna a completare Nuptse, Lhotse ed Everest nella stessa stagione e la prima norvegese a raggiungere la vetta dell’Everest senza ossigeno supplementare. (⁠kristinharila.com)

Trentuno volte sopra gli ottomila metri

A quarant’anni Harila è arrivata a un punto che sarebbe sembrato assurdo quando, undici anni prima, aveva messo piede sul Kilimangiaro quasi per caso.

Secondo un’intervista pubblicata dal Kathmandu Post nel giugno 2026, nell’arco di circa sei anni ha raggiunto per 31 volte la cima di montagne superiori agli ottomila metri. (⁠Kathmandu Post)

E forse il numero più interessante non è nemmeno questo.

È il tempo.

Nel 2015 era una manager che aveva scoperto l’alta quota durante un viaggio.

Nel 2019 lasciava il lavoro.

Nel 2023 completava tutti i quattordici Ottomila in 92 giorni.

Nel 2026 saliva sull’Everest senza bombole d’ossigeno.

Una trasformazione avvenuta in appena undici anni.

Ma cosa significa davvero vincere contro una montagna?

È facile raccontare Kristin Harila attraverso i record.

92 giorni.

14 Ottomila.

8.849 metri.

31 ascensioni di Ottomila.

Ma probabilmente la parte più interessante della sua storia comincia quando smettiamo di guardare i numeri.

Perché Harila ha conosciuto entrambi i volti dell’alpinismo estremo.

Quello che vediamo nelle fotografie delle vette: bandiere al vento, cieli immensi, sorrisi e record.

E quello che rimane spesso fuori dall’inquadratura: paura, denaro, logistica, dipendenza dal lavoro degli Sherpa e dei portatori d’alta quota, decisioni prese quando il cervello è impoverito dall’ossigeno, incidenti e persone che dalla montagna non tornano.

Il K2 del 2023 rimarrà inevitabilmente legato alla sua storia. Non sarebbe corretto cancellare la morte di Muhammad Hassan dal racconto del record, così come non sarebbe corretto trasformare automaticamente le accuse rivolte ad Harila in fatti accertati.

È proprio questa zona grigia a rendere la vicenda molto più grande di una semplice storia sportiva.

Perché obbliga a porre una domanda scomoda.

Esiste un punto oltre il quale la ricerca del limite deve fermarsi?

Forse Kristin Harila quella risposta l’ha cercata per anni sulla cima delle montagne più alte del pianeta.

E forse ha scoperto che una montagna non viene mai veramente conquistata.

Ti permette soltanto, qualche volta, di raggiungere la cima.

Poi devi riuscire a tornare a casa.

Fabio Averna

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