• Ven. Set 25th, 2026

Casey Stoner non ha mai desiderato diventare un personaggio. Voleva soltanto guidare una motocicletta più velocemente degli altri. Non amava le conferenze stampa, le cerimonie, le rivalità costruite per alimentare lo spettacolo e tutto ciò che considerava distante dalla competizione pura. Eppure, proprio questo ragazzo schivo arrivato dall’Australia avrebbe segnato un’epoca della MotoGP, diventando l’unico pilota capace di vincere il titolo con Ducati prima dell’arrivo di Francesco Bagnaia e uno dei pochissimi campioni ad abbandonare il Mondiale mentre era ancora nel pieno delle proprie capacità.

Casey Joel Stoner nacque il 16 ottobre 1985 a Southport, sulla Gold Coast australiana. Il suo rapporto con le motociclette cominciò ancora prima che potesse conservarne un ricordo: a diciotto mesi si sedeva sulla minimoto della sorella Kelly e giocava con l’acceleratore, ascoltando il rumore del motore. Cominciò a guidare intorno ai tre anni e a quattro partecipò alla prima competizione sulla pista sterrata di Hatcher’s, vicino alla Gold Coast. Due mesi più tardi arrivarono le prime vittorie. Suo padre Colin preparava le moto e aveva gareggiato a livello amatoriale, mentre anche Kelly aveva corso da bambina. Casey raccontò successivamente che in famiglia era quasi arrivato il suo “turno” di rappresentare gli Stoner nelle competizioni.

In Australia, dove i giovanissimi non potevano ancora correre su asfalto, Stoner imparò tutto sulle piste di terra. Quella scuola avrebbe modellato il suo stile: la moto di traverso, il posteriore utilizzato per correggere i problemi dell’anteriore e una sensibilità quasi istintiva nella gestione dell’acceleratore. I numeri delle sue stagioni giovanili sembrano irreali. Secondo la sua biografia ufficiale, nel 1995 vinse più di duecento manche e finali in otto mesi; nel 1996 ottenne 103 successi nelle 104 gare disputate. La famiglia percorreva anche più di 1.500 chilometri per raggiungere una singola manifestazione, investendo nella carriera del figlio quasi tutto ciò che possedeva.

Nel gennaio del 2000 gli Stoner presero la decisione che avrebbe cambiato le loro vite. Vendettero ciò che avevano e si trasferirono nel Regno Unito perché Casey, a soli quattordici anni, potesse cominciare a gareggiare su asfalto senza attendere i sedici anni previsti dai regolamenti australiani. Arrivarono con pochissimo denaro e inizialmente vissero in una vecchia roulotte. Non era l’immagine romantica di una famiglia in viaggio verso il successo, ma una vera scommessa senza garanzie: se Casey non fosse riuscito a emergere, sarebbe stato difficile persino tornare indietro.

Iscritto all’Aprilia Superteen Championship, vinse le prime due gare e attirò rapidamente l’attenzione degli osservatori. Passò quindi alle competizioni spagnole, dove venne notato da Alberto Puig. Nel 2001 disputò le prime gare del Motomondiale, mentre nel 2003 conquistò a Valencia la prima vittoria nella classe 125. Vinse ancora con KTM nel 2004 e nel 2005 tornò in 250 con la squadra di Lucio Cecchinello, chiudendo il campionato al secondo posto dietro Dani Pedrosa. Le cadute erano ancora numerose, ma dietro quella apparente irruenza si nascondeva una capacità di comprendere la moto che pochi possedevano.

Nel 2006 Cecchinello lo portò in MotoGP con la Honda del team LCR. Alla seconda gara conquistò la pole position in Qatar e in quella successiva arrivò secondo in Turchia, ad appena due decimi da Marco Melandri. Il talento era evidente, ma le cadute continuarono ad accompagnarlo. La sua maniera aggressiva di entrare in curva metteva in difficoltà la gomma anteriore e molti cominciarono a considerarlo un pilota velocissimo ma incapace di costruire un’intera stagione. Ducati, alla ricerca di un giovane da affiancare a Loris Capirossi, vide qualcosa che altri non avevano riconosciuto.

L’incontro tra Stoner e la Desmosedici GP7 produsse uno dei campionati più sorprendenti della storia moderna. Alla prima gara del 2007, in Qatar, l’australiano vinse il confronto con Valentino Rossi sfruttando la potenza della Ducati, ma dimostrando anche una precisione che smentiva la sua reputazione di pilota incline all’errore. In Catalogna batté Rossi e Pedrosa dopo una battaglia durata fino al traguardo: i tre arrivarono separati da appena 390 millesimi. Stoner vinse dieci gare, salì altre quattro volte sul podio e concluse tutti gli appuntamenti della stagione. A Motegi conquistò il titolo a 21 anni e 342 giorni, consegnando a Ducati il primo Mondiale piloti della sua storia in MotoGP. In quell’anno la casa di Borgo Panigale conquistò anche il titolo costruttori, riportando un marchio italiano al vertice della classe regina dopo trentaquattro anni. Ducati ricorda quella stagione come il momento in cui la velocità e la capacità di adattamento di Casey cambiarono la propria storia sportiva.

La festa del titolo rivelò però quanto Stoner fosse distante dall’immagine tradizionale del campione. Dopo una breve celebrazione bevve dello champagne senza avere mangiato, preparò i bagagli e salì sull’autobus diretto all’aeroporto. L’autista evitò l’autostrada e affrontò per due ore strade piene di curve. Casey, a stomaco vuoto e con lo champagne ancora da smaltire, trascorse quello che definì un viaggio da incubo. Anni dopo raccontò l’episodio ridendo durante un’intervista con Ducati: la vera festa sarebbe arrivata soltanto dopo l’ultima gara di Valencia.

Nel 2008 Stoner trovò sulla propria strada il Valentino Rossi più determinato. Il loro confronto a Laguna Seca diventò uno dei duelli simbolo della MotoGP. Rossi lo attaccò ripetutamente e completò un celebre sorpasso attraversando la terra all’interno del Cavatappi. Stoner giudicò alcune manovre eccessivamente aggressive; dopo un errore finì nella ghiaia, riuscì a ripartire e terminò secondo. Quel giorno non si decise matematicamente il campionato, ma cambiò l’equilibrio psicologico della stagione. Casey continuò a vincere, chiudendo il Mondiale alle spalle dell’italiano, ma il loro rapporto non sarebbe più tornato davvero sereno.

Nel 2009 il fisico cominciò a presentargli un conto difficile da comprendere. Stoner arrivava al termine delle gare completamente svuotato e fu costretto a fermarsi per tre Gran Premi. Gli accertamenti evidenziarono il virus di Epstein-Barr e un’intolleranza al lattosio che gli impediva di assimilare correttamente le sostanze necessarie a produrre energia. Il periodo di assenza venne interpretato da alcuni come una debolezza psicologica, un giudizio che lo ferì profondamente. Al ritorno vinse in Australia e in Malesia, dimostrando che la velocità non era scomparsa. Il rapporto con una parte della dirigenza Ducati, tuttavia, si era deteriorato e nel 2010 accettò l’offerta della Honda.

Con la RC212V Stoner ritrovò immediatamente l’armonia che aveva provato sulla Ducati del 2007. Nel 2011 vinse dieci gare e conquistò il secondo titolo MotoGP proprio a Phillip Island, nel giorno del suo ventiseiesimo compleanno. La pista australiana era diventata il suo territorio: tra il 2007 e il 2012 vi ottenne sei vittorie consecutive. Il modo in cui affrontava la velocissima curva 3, lasciando scivolare la moto e controllandola con l’acceleratore, diventò una delle immagini più rappresentative del suo talento.

Fu durante quella stagione che nacque anche uno degli scambi più famosi della storia della MotoGP. A Jerez Valentino Rossi tentò un sorpasso sul bagnato, perse l’anteriore e trascinò Stoner nella caduta. L’italiano riuscì a ripartire grazie all’aiuto dei commissari, mentre la Honda dell’australiano rimase ferma. Quando Rossi andò nel box per scusarsi, Casey gli strinse la mano e pronunciò una frase diventata immediatamente celebre: «La tua ambizione ha superato il tuo talento». Era una risposta tagliente, forse brutale, ma perfettamente coerente con un uomo che non aveva mai imparato a nascondere ciò che pensava.

La considerazione dei suoi avversari aiuta a comprendere quanto Stoner fosse speciale. Dani Pedrosa, che lo ebbe come compagno in Honda, ha raccontato che osservando Rossi e Lorenzo vedeva qualità straordinarie, ma pensava di poterle replicare. «Con Stoner vidi cose che semplicemente non potevo fare», ha invece ammesso lo spagnolo. Pedrosa ricordava Casey uscire dai box con gomme fredde e una regolazione ancora imperfetta, riuscendo a essere velocissimo già al primo giro. La testimonianza di Pedrosa è particolarmente significativa perché arrivò da uno dei piloti più tecnici e sensibili della sua generazione.

Andrea Dovizioso, suo compagno nel 2011, ha descritto Stoner come l’avversario peggiore con cui condividere il box. Guardarne la telemetria, secondo il pilota italiano, poteva essere demoralizzante: i dati mostravano chiaramente ciò che Casey faceva, ma replicarlo era quasi impossibile. Provare a copiarlo significava spesso perdere il proprio stile senza riuscire ad avvicinarsi ai suoi tempi. Dovizioso spiegò che Stoner era capace di creare la differenza quando e dove desiderava. Cal Crutchlow fu ancora più diretto, definendolo «il pilota più veloce del pianeta». Raccontò anche che, durante una delle sue prime gare da ragazzo, Casey lo doppiò con un sorpasso talmente impressionante da provocargli un imbarazzo che avrebbe ricordato per tutta la vita.

Stoner, da parte sua, indicò sempre Mick Doohan come il proprio idolo. Lo ammirava già prima dei cinque titoli mondiali e rimase colpito soprattutto dal suo ritorno dopo l’incidente del 1992 che aveva devastato una gamba. In seguito riservò parole altrettanto importanti a Pedrosa, affermando di avere imparato più da lui che da qualsiasi altro rivale. La velocità con cui lo spagnolo riusciva a trovare il limite della moto continuava a sorprenderlo, nonostante fosse proprio Pedrosa a considerare irripetibili alcune capacità dell’australiano.

Il 17 maggio 2012, alla vigilia del Gran Premio di Francia, Stoner annunciò che si sarebbe ritirato alla fine della stagione. Aveva soltanto 26 anni, era il campione in carica e guidava la classifica mondiale. Honda cercò di convincerlo a restare, arrivando, secondo la sua biografia, a offrirgli il doppio dello stipendio. Casey rifiutò perché il denaro non era mai stato la ragione per cui correva. Non condivideva la direzione presa dalla MotoGP, era stanco degli obblighi promozionali e desiderava vivere con la moglie Adriana e la figlia Alessandra lontano dal paddock. Un infortunio alla caviglia a Indianapolis gli impedì di lottare fino in fondo per il terzo titolo, ma tornò in tempo per vincere ancora una volta a Phillip Island e salutare il pubblico australiano dal gradino più alto del podio.

Dopo il ritiro gareggiò per una stagione nelle Supercars australiane e lavorò come collaudatore per Honda. Nel 2015 tornò eccezionalmente alle competizioni per la 8 Ore di Suzuka, ma un problema tecnico provocò una violenta caduta nella quale si fratturò una spalla e una tibia. Dal 2016 al 2018 rientrò in Ducati come collaudatore, contribuendo allo sviluppo della Desmosedici. Disse che tornare a Borgo Panigale era stato come tornare a casa, perché vi aveva ritrovato le persone con cui aveva condiviso alcuni dei momenti più importanti della propria vita.

Negli anni successivi Stoner ha dovuto affrontare la sindrome da fatica cronica, una malattia debilitante capace di ridurre drasticamente le energie fisiche e mentali. Nel 2020 è diventato ambasciatore di Emerge Australia per contribuire alla conoscenza di una condizione ancora poco compresa. Oggi conduce una vita riservata con la famiglia sulla Gold Coast, lontano dal rumore che non aveva mai realmente amato.

Casey Stoner ha terminato la carriera nel Motomondiale con due titoli MotoGP, 45 vittorie complessive, 89 podi e 43 pole position. Ventitré dei suoi 38 successi nella classe regina arrivarono con Ducati. I numeri, però, raccontano soltanto una parte della sua storia. Il resto vive nella memoria di chi lo vide controllare una Desmosedici nervosa come se il limite fosse un luogo nel quale potersi stabilire, e nelle parole dei piloti che provarono a studiarlo senza riuscire completamente a comprenderlo. Stoner non rimase abbastanza a lungo per diventare il campione più vincente della sua epoca. Gli bastò però il tempo necessario per essere ricordato come uno dei talenti più puri che abbiano mai guidato una MotoGP.

Michele Pirro ha dato una delle testimonianze più interessanti perché non è soltanto un elogio: spiega anche perché il talento di Stoner poteva diventare difficile da utilizzare nello sviluppo della moto.

Pilota Rapporto con Stoner Cosa ha dichiarato
Michele Pirro Collaudatore Ducati insieme a Stoner Casey voleva una moto “selvaggia”, senza anti-wheelie e con pochi controlli elettronici. Gestiva trazione e impennata con acceleratore e freno posteriore. Quando descriveva le traiettorie, «sembrava una cosa da PlayStation», ma la telemetria confermava tutto.
Dani Pedrosa Avversario e compagno Honda Ha detto che Rossi e Lorenzo facevano cose straordinarie ma teoricamente ripetibili; con Casey, invece, vide capacità che sentiva di non poter replicare.
Andrea Dovizioso Compagno Honda nel 2011 Consultarne la telemetria era quasi scoraggiante: si capiva cosa facesse, ma copiarlo risultava praticamente impossibile.
Jorge Lorenzo Grande avversario Lo ha definito il pilota più talentuoso che avesse mai visto nel Motomondiale e quello con il maggiore istinto nel trovare immediatamente il limite della pista.
Valentino Rossi Principale rivale Nonostante la loro rivalità, Rossi lo ha successivamente definito «forse il più forte di tutti come talento puro».
Cal Crutchlow Avversario Lo considerava nettamente il pilota più veloce del mondo. Raccontò inoltre che Stoner lo doppiò durante una delle sue prime gare con un sorpasso rimastogli impresso per tutta la vita.
Francesco Bagnaia Pilota Ducati consigliato da Stoner Dopo averlo avuto nel box, disse che Casey riusciva a vedere chiaramente il comportamento della sua moto e offriva agli ingegneri un punto di vista differente e molto utile.

Il racconto di Pirro è particolarmente ricco di particolari. Durante un test a Sepang provò la mappatura preparata per Stoner, ma rientrò dopo un solo giro. Secondo Pirro, Casey riusciva a surriscaldare e consumare una gomma Michelin già nel giro di uscita dai box. Alla curva 11 entrava con il gas aperto, inclinava la moto, controsterzava, lasciava scivolare il posteriore e soltanto dopo chiudeva l’acceleratore per provocare il trasferimento di carico. Per Pirro e Lorenzo quella tecnica risultava innaturale; per Stoner era quasi spontanea. Intervista di Michele Pirro

Pirro ha però espresso anche una critica. Secondo lui, quando Stoner tornò in Ducati come collaudatore nel 2016, lavorava soprattutto per costruire una moto adatta al proprio stile. Le sue regolazioni erano così estreme che quasi nessun altro riusciva a utilizzarle. In sostanza, Casey poteva realizzare tempi impressionanti, ma non sempre riusciva a indicare una direzione tecnica valida per tutti. Pirro lo considera quindi un pilota dal talento eccezionale, ma un collaudatore con una prospettiva troppo personale. Analisi delle dichiarazioni di Pirro

Questa valutazione contrasta parzialmente con quella più recente di Bagnaia. Dopo aver parlato con Stoner e averlo avuto nel proprio box, Pecco spiegò che l’australiano aveva identificato chiaramente alcune anomalie nel comportamento della Ducati. Lo giudicò molto utile soprattutto perché osservava la guida dall’esterno, mentre gli ingegneri tendevano a concentrarsi sui dati. Testimonianza di Bagnaia

Pedrosa ha fornito forse l’elogio più significativo: raccontò che Casey poteva uscire dai box senza una regolazione perfetta, con pneumatici freddi, e risultare velocissimo già al primo giro. «Con Stoner vidi cose che semplicemente non potevo fare», ammise lo spagnolo. Dichiarazioni di Dani Pedrosa

Anche Rossi, dopo anni di tensioni, gli ha riconosciuto una qualità fuori dal comune: lo ha indicato come il più forte, o comunque uno dei più forti, sul piano del talento naturale. Dichiarazione di Valentino Rossi

Il giudizio comune è quindi abbastanza netto: Stoner non era necessariamente il pilota più completo o più resistente alla pressione, ma probabilmente era quello capace di fare sulla moto le cose più difficili da comprendere e imitare. Pirro aggiunge il dettaglio decisivo: quel talento era talmente personale da rendere persino complicato trasformarlo in una normale indicazione tecnica.

Fabio Averna

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