• Sab. Set 26th, 2026

Le montagne erano già lì molto prima che Sanu Sherpa sapesse che un giorno avrebbe passato buona parte della propria vita a scalarle. Riempivano l’orizzonte del Sankhuwasabha, nell’est del Nepal, enormi pareti bianche sospese sopra vallate, villaggi e pascoli. Sanu nacque nel 1975 in una famiglia povera e crebbe in un mondo molto distante da quello delle grandi spedizioni internazionali. Non c’erano sponsor, attrezzature sofisticate o sogni di record. C’erano gli animali da accudire, il lavoro quotidiano, i sentieri e quelle montagne. Faceva il pastore. Le vedeva ogni giorno, ma non pensava di conquistarle. Per lui l’Himalaya non era ancora il grande terreno d’avventura che attirava alpinisti da Europa, America e Asia: era semplicemente casa.

Di tanto in tanto arrivavano uomini da lontano. Attraversavano i sentieri con scarponi moderni, giacche tecniche, grandi zaini e attrezzature che in quei villaggi sembravano appartenere a un altro universo. Cercavano proprio ciò che Sanu aveva avuto davanti agli occhi fin dalla nascita: le montagne. Lui, invece, guardava nella direzione opposta. Cercava una possibilità di lavoro e una vita diversa. Nel 2005 lasciò il villaggio e si diresse verso Kathmandu. Aveva circa trent’anni, un’età nella quale molti grandi alpinisti hanno già alle spalle anni di spedizioni, e non partiva con l’intenzione di diventare famoso. Doveva semplicemente guadagnarsi da vivere. Cominciò dal gradino più basso della macchina che alimentava le spedizioni himalayane: portatore, poi aiutante di cucina. Trasportava viveri, tende e materiale. Camminava dietro agli uomini che erano arrivati dall’altra parte del mondo per realizzare il proprio sogno. La vetta apparteneva a loro; la fatica, spesso, apparteneva anche a uomini come lui.

Poi qualcuno cominciò ad accorgersi che quel nepalese magro aveva qualcosa di particolare. Quando il sentiero saliva, Sanu continuava. Quando le giornate diventavano lunghe, continuava. Quando l’aria si faceva più sottile e ogni passo richiedeva più energia, continuava. Non aveva costruito il proprio fisico in una palestra o in un centro di preparazione d’élite. Era cresciuto camminando e lavorando in quota. Quello che per altri era allenamento, per lui era stato semplicemente vivere. Così, quasi naturalmente, smise di limitarsi a trasportare verso l’alto i sogni degli altri e cominciò a salire più in alto lui stesso.

Nel 2006 arrivò lo Shishapangma, 8.027 metri. Il primo Ottomila. La cosiddetta zona della morte non ha nulla di romantico: sopra gli ottomila metri la pressione dell’ossigeno è così bassa che il corpo umano non può adattarsi indefinitamente. Si può soltanto entrare, resistere per un certo tempo e andarsene. Il corpo consuma le proprie riserve, il ragionamento può rallentare, ogni movimento costa fatica. Per moltissimi alpinisti raggiungere una sola volta uno di quei quattordici giganti sarebbe sufficiente a riempire una vita intera di ricordi. Per Sanu fu soltanto l’inizio.

Nel 2007 arrivò l’Everest. Ottomilaottocentoquarantanove metri, il punto più alto della Terra. Sanu raggiunse la cima e tornò giù. Poi, invece di trasformare quella vetta nell’epilogo della propria storia, ricominciò a lavorare. È qui che la sua vicenda prende una direzione completamente diversa da quella di molti celebri alpinisti. Non c’era una montagna da conquistare e poi un pubblico al quale raccontarla. La montagna era diventata il suo mestiere. Una spedizione finiva e ne iniziava un’altra. Campo base, acclimatazione, carichi, corde, campi alti, vento, freddo, vetta, discesa. E poi tutto da capo. Tornò sull’Everest ancora e ancora. Intanto arrivarono il Manaslu, il K2, il Gasherbrum I, il Broad Peak, il Kangchenjunga, l’Annapurna, il Nanga Parbat, il Dhaulagiri, il Makalu, il Gasherbrum II. I nomi che per un appassionato di montagna rappresentano quasi una geografia mitologica diventarono progressivamente luoghi della sua vita.

Il K2 significava entrare nel mondo di una montagna completamente diversa dall’Everest, più tecnica, ripida e imprevedibile. L’Annapurna significava confrontarsi con una montagna dalla storia segnata dalle valanghe. Il Nanga Parbat era un’altra gigantesca fortezza di roccia e ghiaccio. Il Kangchenjunga saliva fino a 8.586 metri. Il Makalu, con la sua forma piramidale, arrivava a 8.485. Ogni volta bisognava salire e, soprattutto, scendere. Sanu vedeva clienti, colleghi e spedizioni arrivare e partire. Conosceva una verità che i numeri dei record tendono a nascondere: in alta quota la cima è soltanto metà del viaggio. Nessuna fotografia scattata sulla vetta vale qualcosa se non si riesce a tornare al campo base.

Per anni Sanu non inseguì deliberatamente la collezione dei quattordici Ottomila. Continuò a fare la guida. Poi un giorno, dopo essere tornato dal Nanga Parbat, si mise a contare. Quasi casualmente scoprì quanto lontano fosse arrivato. Mancavano soltanto tre montagne: Dhaulagiri, Makalu e Gasherbrum II. A quel punto ciò che fino ad allora era stato il risultato di una vita di lavoro poteva trasformarsi in un obiettivo. Tre montagne separavano un ex pastore nepalese dall’ingresso in un club minuscolo di uomini e donne capaci di raggiungere tutte le quattordici vette più alte della Terra. Nel 2019 l’ultima casella venne cancellata. Sanu Sherpa aveva completato i quattordici Ottomila.

Avrebbe potuto fermarsi lì. In qualsiasi altra biografia sarebbe stato il finale perfetto. Dal villaggio a Kathmandu, da portatore a guida, da guida a uno degli alpinisti capaci di salire tutte le montagne sopra gli ottomila metri. Ma guardando l’elenco delle proprie ascensioni emerse un dettaglio quasi assurdo: sette di quelle quattordici montagne Sanu le aveva già scalate due volte. Non perché avesse progettato un nuovo record, ma perché negli anni vi era tornato lavorando. A quel punto nacque una possibilità che fino ad allora nessun essere umano aveva trasformato in realtà: completare una seconda volta l’intera collezione.

Significava ricominciare. Everest, K2, Kangchenjunga, Lhotse, Makalu, Cho Oyu, Dhaulagiri, Manaslu, Nanga Parbat, Annapurna, Gasherbrum I, Broad Peak, Gasherbrum II e Shishapangma. Quattordici nomi. Quattordici ambienti estremi. Almeno ventotto ascensioni per chiudere due cicli completi, sapendo che Sanu, in realtà, avrebbe superato quel numero perché diverse montagne erano già state ripetute più volte. Il record non consisteva nel raggiungere una vetta particolarmente difficile una volta sola. Consisteva nell’esporre il proprio corpo e la propria vita, stagione dopo stagione, a tutti i rischi dell’altissima quota.

Poi il mondo si fermò. Nel 2020 la pandemia bloccò gran parte delle spedizioni himalayane e anche il progetto di Sanu rimase sospeso. Le montagne, naturalmente, continuarono a essere lì. Nel 2021 poté riprendere. Tornarono le tende, le corde, gli scarponi, le partenze prima dell’alba e le ore trascorse nel vento. K2, Lhotse, Dhaulagiri, Annapurna: il secondo giro continuava a completarsi. Nel 2022 la distanza dal record si ridusse ancora. Kangchenjunga, Makalu, Lhotse, Annapurna, Dhaulagiri, Nanga Parbat, Gasherbrum I. Alla fine rimase soltanto un nome: Gasherbrum II.

Il 21 luglio 2022 Sanu si trovava ancora una volta nel Karakorum pakistano. Davanti a lui c’erano gli 8.035 metri del Gasherbrum II. Per arrivare a quel momento erano serviti quasi vent’anni di montagne. Era stato pastore, portatore, aiutante di cucina, guida. Aveva visto l’alba da luoghi nei quali quasi nessun essere umano arriverà mai. Aveva respirato per decine di volte l’aria rarefatta degli Ottomila. E quella mattina continuò a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: mettere un piede davanti all’altro. Alle 8:17 raggiunse la cima. Non era semplicemente un’altra montagna. Con quella vetta Sanu Sherpa diventava il primo essere umano nella storia ad aver scalato almeno due volte tutti i quattordici Ottomila della Terra.

Ventotto ascensioni sarebbero già un numero difficile da comprendere. Ma nemmeno ventotto raccontava davvero la sua storia. Diverse montagne erano state raggiunte più di due volte. L’Everest, in particolare, era diventato quasi una presenza ricorrente nella sua vita. Negli anni successivi Sanu continuò a salire, e nel 2025 le cronache della stagione himalayana riportarono la sua nona ascensione del tetto del mondo. Il record del 2022 non lo aveva trasformato in un pensionato delle montagne. Aveva semplicemente aggiunto un’altra pagina a una vita trascorsa in quota.

Forse è proprio questo a rendere la sua storia così diversa. Sanu non appartiene alla tradizione dell’esploratore che raggiunge un luogo sconosciuto, pianta una bandiera e torna a casa. Appartiene a quella generazione di professionisti himalayani senza i quali una parte enorme dell’alpinismo moderno non sarebbe possibile. Uomini che preparano itinerari, trasportano materiale, guidano clienti e tornano ripetutamente nei luoghi più pericolosi della Terra. Per molto tempo i loro nomi sono rimasti dietro quelli degli alpinisti occidentali che accompagnavano. Ma nel caso di Sanu il curriculum è diventato così enorme da rendere impossibile ignorarlo.

Eppure, quando parla della montagna, emerge qualcosa che contrasta con l’immagine dell’uomo invincibile. Sanu conosce troppo bene gli Ottomila per considerarli uno stadio nel quale il più forte vince sempre. Sa che preparazione ed esperienza possono ridurre il rischio, non cancellarlo. Sopra gli ottomila metri esistono fattori sui quali nessun atleta ha controllo assoluto: una valanga può partire, un seracco può crollare, una tempesta può arrivare prima del previsto, una corda può avere un problema, il corpo può smettere di rispondere. Per questo, quando riflette sulla propria lunga sopravvivenza in alta quota, accanto alla capacità e all’esperienza compare inevitabilmente anche la fortuna.

È forse il paradosso più bello della sua vita. Più montagne ha scalato, più ha avuto ragioni per comprenderne la forza. Non servono ventotto Ottomila per credersi immortali. Possono servire, al contrario, per capire quanto sia fragile un uomo davanti a una montagna.

E Sanu ha continuato. Dopo essere stato il primo a completare i quattordici Ottomila due volte, l’orizzonte si è spostato ancora. Alcune delle montagne sono state raggiunte una terza volta, altre ancora di più, e l’idea di estendere ulteriormente quel curriculum ha continuato ad accompagnarlo. È quasi inevitabile domandarsi cosa cerchi un uomo dopo essere arrivato così tante volte nel luogo dove finisce la terra e comincia il cielo. Forse la risposta è più semplice di quanto immaginiamo. Per Sanu quelle montagne non sono mai state soltanto record. Sono state lavoro, casa, paura, spiritualità, sopravvivenza e vita.

Tutto era cominciato molti anni prima, quando un bambino faceva il pastore nel Nepal orientale e guardava le montagne senza sapere che un giorno il mondo avrebbe contato quante volte fosse riuscito a salirle. Non partì alla ricerca della gloria. Partì dal villaggio alla ricerca di un lavoro. Portò gli zaini degli altri, preparò il cibo delle spedizioni, imparò a guidare uomini provenienti da paesi lontani verso le cime che aveva visto fin dall’infanzia. Poi, quasi senza accorgersene, diventò lui stesso parte della storia di quelle montagne.

Prima le scalò una alla volta. Poi le scalò tutte. Infine ricominciò da capo.

E quando il 21 luglio 2022 mise piede sulla cima del Gasherbrum II, il pastore del Sankhuwasabha aveva completato qualcosa che nessun uomo prima di lui aveva mai fatto.

Aveva scalato tutte le montagne più alte della Terra.

Due volte.

Fabio Averna

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