Sessant’anni dopo Scarfiotti, Monza torna italiana: Kimi Antonelli riscrive la storia
di Fabio Averna
Ci sono vittorie che valgono venticinque punti e poi ci sono vittorie che sembrano aprire una porta rimasta chiusa per generazioni. Quella di Andrea Kimi Antonelli a Monza appartiene alla seconda categoria. Per comprenderne davvero il peso bisogna dimenticare per qualche istante la Formula 1 del 2026, le power unit, le strategie elaborate al computer, le simulazioni e le comunicazioni radio, e tornare indietro esattamente di sessant’anni, al 4 settembre 1966. Quel giorno l’Italia automobilistica aveva ancora un rapporto quasi viscerale con le corse. Monza era già il Tempio della Velocità e la Ferrari rappresentava molto più di una squadra. Al volante di una delle monoposto di Maranello c’era Ludovico Scarfiotti, torinese di nascita e appartenente a quella generazione di piloti per cui correre significava convivere costantemente con il rischio. Scarfiotti vinse davanti al compagno Mike Parkes e a Denny Hulme, completando una doppietta Ferrari destinata a entrare nella storia. Percorse i 68 giri della gara in un’ora, 47 minuti e 14,8 secondi. Nessuno quel pomeriggio poteva immaginare che quella vittoria sarebbe diventata una fotografia congelata nel tempo: per sessant’anni nessun altro pilota italiano avrebbe più vinto il Gran Premio d’Italia di Formula 1 a Monza.
Il 6 settembre 2026 quella fotografia ha finalmente trovato un seguito. Andrea Kimi Antonelli ha vent’anni, guida una Mercedes ed è arrivato a Monza da leader del Mondiale. Già questo sarebbe sufficiente per aprire gli archivi della Formula 1 italiana: prima di lui, l’ultimo italiano capace di presentarsi al Gran Premio di casa al comando della classifica mondiale era stato Alberto Ascari nel 1953, settantatré anni prima. Ascari aveva 35 anni ed era il dominatore della prima grande epoca della Ferrari nel Mondiale. Aveva conquistato il titolo del 1952 e avrebbe fatto suo anche quello del 1953. Era una Formula 1 completamente differente, disputata su pochissimi circuiti, quasi tutti europei, con monoposto essenziali, gomme strette, abitacoli aperti e standard di sicurezza che oggi sarebbero impensabili. I piloti correvano circondati dal carburante, senza strutture deformabili, cellule di sopravvivenza o sistemi di protezione paragonabili a quelli contemporanei. Antonelli arriva invece nella Monza del XXI secolo, dentro una Formula 1 tecnologicamente sofisticatissima, ma con addosso una pressione che almeno emotivamente non è poi così diversa: un italiano, primo nel Mondiale, davanti al proprio pubblico.
Poi accade qualcosa che trasforma una gara importante in una storia destinata a essere raccontata per decenni. Antonelli deve partire diciannovesimo a causa di una penalità legata al motore, praticamente dal fondo dello schieramento. Monza è uno dei circuiti dove la velocità assoluta e le lunghe zone di accelerazione possono favorire i sorpassi, ma recuperare diciotto posizioni e vincere un Gran Premio moderno rimane qualcosa di eccezionale. Davanti ad Antonelli c’è praticamente l’intero schieramento. Non può permettersi di pensare subito alla vittoria: deve sopravvivere al traffico, evitare incidenti, proteggere le gomme e costruire la propria gara un sorpasso alla volta. Ed è esattamente ciò che fa. La sua non diventa una rimonta costruita su un singolo episodio fortunato. Antonelli attraversa il gruppo mentre la corsa cambia continuamente volto. Strategie, neutralizzazioni e gestione degli pneumatici modificano gli equilibri. C’è persino un passaggio nella ghiaia che per qualche secondo sembra poter cancellare tutto, ma Antonelli continua.
La gara entra nella fase decisiva e davanti a lui rimane George Russell. Non soltanto il compagno di squadra, ma il principale rivale nella corsa al titolo mondiale. A quattro giri dalla fine arriva il momento destinato probabilmente a rimanere nell’iconografia dell’automobilismo italiano: Antonelli attacca Russell, lo supera e prende il comando del Gran Premio d’Italia. Da diciannovesimo a primo. Quando attraversa il traguardo di Monza, sessant’anni dopo Scarfiotti, un pilota italiano torna sul gradino più alto del podio del Gran Premio di casa. Antonelli precede Russell e Max Verstappen. Con quella vittoria porta inoltre a 50 il numero dei successi conquistati dai piloti italiani nella storia del Mondiale di Formula 1 e aumenta a 66 punti il proprio vantaggio nella classifica iridata.
Ma i numeri raccontano soltanto una parte della storia. Il confronto tra Scarfiotti e Antonelli è quasi una fotografia dell’evoluzione della Formula 1. Scarfiotti vinse nel 1966 con la Ferrari, Antonelli sessant’anni dopo con la Mercedes. Nel mezzo passa praticamente l’intera trasformazione della categoria: dall’epoca delle monoposto relativamente semplici, dove sensibilità meccanica e coraggio rappresentavano componenti fondamentali del mestiere, alla Formula 1 contemporanea fatta di aerodinamica sofisticata, simulatori, telemetria, centinaia di sensori e squadre di tecnici capaci di analizzare enormi quantità di informazioni in tempo reale. Cambiano le automobili, cambiano i piloti, cambiano le regole e cambiano persino le velocità con cui si affrontano le curve. Non cambia Monza. Il rettilineo infinito, le staccate violentissime, il pubblico vicinissimo alla pista e soprattutto quella sensazione che qui una vittoria abbia un peso differente.
Antonelli se ne rende conto durante la gara. Guardando le tribune vede migliaia di persone in piedi. In quel momento la corsa non riguarda più soltanto Mercedes o il campionato. Davanti a lui c’è un Paese che aspetta quella scena dal 1966. Ed è forse questa una delle immagini più significative dell’intera giornata. Monza è la casa spirituale della Ferrari, il luogo dove il rosso non rappresenta semplicemente il colore di una squadra, ma una sorta di religione sportiva tramandata attraverso le generazioni. Eppure, quando Antonelli attraversa per primo il traguardo al volante di una Mercedes, una parte enorme di quel pubblico festeggia. Per una volta il colore della macchina passa in secondo piano. Conta il pilota, conta la bandiera e soprattutto conta il tempo trascorso: sessant’anni.
La storia di Ludovico Scarfiotti rende tutto ancora più particolare. La sua carriera in Formula 1 non fu lunghissima e Monza 1966 rimase la sua unica vittoria valida per il Campionato del Mondo. Meno di due anni più tardi, nel giugno 1968, Scarfiotti perse la vita durante una cronoscalata in Germania. Aveva appena 34 anni. La sua vittoria italiana rimase così sospesa nel tempo, attraversando generazioni completamente differenti di piloti. Dopo di lui l’Italia continuò infatti a produrre protagonisti di altissimo livello. Vittorio Brambilla conquistò una rocambolesca vittoria in Austria nel 1975. Riccardo Patrese attraversò quasi due decenni di Formula 1 vincendo sei Gran Premi. Elio de Angelis divenne uno dei piloti più raffinati della sua generazione prima della tragedia del Paul Ricard nel 1986. Michele Alboreto arrivò a contendere il Mondiale 1985 ad Alain Prost con la Ferrari. Alessandro Nannini vinse in Giappone nel 1989 prima che un incidente in elicottero interrompesse la sua carriera. Jarno Trulli trionfò nella prestigiosissima Monaco nel 2004 e Giancarlo Fisichella vinse tre Gran Premi prima di realizzare il sogno di guidare una Ferrari. L’Italia era presente, l’Italia vinceva, ma Monza continuava a resistere. Anno dopo anno, generazione dopo generazione, il nome di Scarfiotti rimaneva l’ultimo nell’albo d’oro alla voce “pilota italiano”. Fino ad Antonelli.
E c’è un’altra attesa, persino più lunga, che il ragazzo della Mercedes sta cercando di interrompere: quella per il titolo mondiale. L’ultimo campione italiano resta Alberto Ascari, iridato nel 1952 e nel 1953 con la Ferrari. Quando Ascari conquistò il secondo titolo, la Formula 1 esisteva ufficialmente come Campionato del Mondo soltanto da quattro stagioni e la televisione italiana non aveva ancora iniziato le trasmissioni regolari. Juan Manuel Fangio, Giuseppe Farina e lo stesso Ascari stavano scrivendo le prime pagine di una storia che avrebbe successivamente accolto Jim Clark, Jackie Stewart, Niki Lauda, Alain Prost, Ayrton Senna, Michael Schumacher, Lewis Hamilton e Max Verstappen. Da allora nessun italiano è più diventato campione.
Antonelli oggi ha la possibilità di costruire un ponte tra quelle epoche. Nato a Bologna il 25 agosto 2006, cresciuto nel karting e inserito giovanissimo nell’universo Mercedes, è stato accompagnato verso la Formula 1 con aspettative enormi. La sua ascesa nelle categorie propedeutiche è stata rapidissima e il suo nome ha cominciato presto a circolare come quello del possibile grande talento italiano del futuro. Il futuro, però, a Monza è improvvisamente diventato presente. A vent’anni Antonelli guida il Mondiale e lascia il Gran Premio d’Italia con 66 punti di vantaggio sul principale inseguitore. Se riuscisse a trasformare quella leadership nel titolo mondiale, interromperebbe un digiuno italiano iniziato dopo il campionato del 1953.
È questo che rende Monza 2026 qualcosa di più di una semplice rimonta. Il fine settimana era cominciato nel modo peggiore. La penalità aveva spedito Antonelli in diciannovesima posizione, trasformando il Gran Premio di casa in una gara apparentemente difensiva. Invece quella difficoltà diventa il punto di partenza della sua impresa. Parte diciannovesimo, rimonta, supera, finisce nella ghiaia, riparte, raggiunge Russell, attacca il compagno di squadra, lo supera e vince. La sequenza sembra quasi costruita per un film, ma è proprio la sua imperfezione a renderla ancora più significativa. Antonelli non domina partendo davanti. Deve sbagliare, recuperare e ricostruire la gara. Deve attraversare praticamente tutto ciò che un pilota può incontrare in un Gran Premio prima di ritrovarsi davanti a tutti.
Quando scende dalla Mercedes, l’enormità di quello che è successo sembra difficile da assimilare persino per lui. Perché un pilota può prepararsi alla partenza, alle staccate, alla gestione delle gomme e persino alla pressione di un campionato mondiale. È molto più difficile prepararsi alla storia. Quella storia era cominciata molto prima che Antonelli nascesse, prima di Hamilton e Schumacher, prima di Senna e Prost, prima persino che la Formula 1 diventasse lo spettacolo globale che conosciamo oggi. Bisogna tornare alle fotografie in bianco e nero, ai caschi aperti e alle Ferrari degli anni Sessanta, a Ludovico Scarfiotti che il 4 settembre 1966 attraversava per primo il traguardo di Monza senza poter sapere che nessun italiano sarebbe riuscito a ripetere quell’impresa per i successivi sessant’anni.
Il 6 settembre 2026 Andrea Kimi Antonelli attraversa quello stesso traguardo. Il circuito è cambiato, le macchine sono cambiate, la Formula 1 è cambiata e anche il mondo intorno a Monza è cambiato. Ma quella linea d’arrivo è ancora lì. Scarfiotti probabilmente non poteva sapere di essere diventato l’ultimo italiano capace di vincere il Gran Premio d’Italia a Monza. Antonelli sa invece perfettamente di essere diventato il primo dopo di lui. Tra quelle due bandiere a scacchi ci sono sessant’anni di Formula 1. A Monza, finalmente, il tempo ha ricominciato a scorrere.

