Marco Bezzecchi è arrivato alla sprint nella condizione migliore possibile: pole position al mattino e un casco disegnato per dire una cosa sola, «Non mollo l’osso». Una scelta comunicativa deliberata — «volevo farne uno più aggressivo, per far capire come sta girando il fumo» — in un campionato in cui la tensione ha progressivamente eroso il politicamente corretto tra i protagonisti. Lo stesso Márquez, alla vigilia, aveva alzato l’asticella affermando che a Misano Bezzecchi è obbligato a vincere tutto.
Poi la corsa ha raccontato un’altra cosa. Márquez ha costruito il risultato in tre movimenti nettamente distinti.
La staccata iniziale, calibrata al millesimo. Non un gesto d’istinto ma la sintesi di un lavoro evidente sulle partenze: ha capito che è lì che si decide la maggior parte delle sprint.
La gestione centrale, con un secondo di vantaggio lasciato consapevolmente scendere a mezzo al nono giro, mentre Bezzecchi rientrava.
La riapertura dei rubinetti, chiusa con il giro record nel finale — la firma di chi vuole mettere agli atti quanto margine avesse ancora in mano.
È il ritratto di un pilota che alla velocità pura ha aggiunto l’arma che gli mancava: la strategia. E che nel frattempo, come lascia intendere l’immagine diffusa della spalla martoriata e atrofizzata, sta vincendo la gara più privata — quella contro se stesso. Anche questo, a suo modo, è un «non mollo l’osso».
Fabio Averna
